Io ridevo, ridevo

Un mercoledì dei primi di aprile. Sono circa le 20:30, mi trovo su un vagone della metropolitana che mi porterà in un luogo che non conosco. Fuori è appena sera, di quella sera primaverile che stenta ad affermarsi. Il Sole è tramontato ma proietta ancora qualche timidissimo raggio sugli edifici e sugli alberi inverditi. Le luci artificiali hanno già iniziato il loro lavoro, e Roma è permeata da quell’arancione dei lampioni che la rende una città così malefica.

Torno dall’università e, mentre il giorno scorre lentamente, la vita fugge via senza che la si riesca ad afferrare.
Mi sono sempre stupito di come i trasporti pubblici delle grandi città siano antropologicamente interessanti per un curioso osservatore. Vi si trovano gli individui più disparati e gli umori più diversi. Dopo dieci anni che prendo quasi quotidianamente la metro raramente colgo novità, ma quel mercoledì – quel mercoledì dei primi di aprile alle 20:30 circa – una persona mi ha colpito. Non credo di poter dire che sia stato per me un momento particolare, ma certamente è qualcosa che ricordo con nitidezza.

Usualmente al ritorno a casa dall’ufficio le persone non sono mai contente. Le vedi che hanno quei musi lunghi, quegli sguardi da lavoratore sconfitto, da uomo annoiato. Nessuno fa il minimo cenno di un saluto, nessuno distoglie gli occhi dal pavimento o da qualche schermo elettronico. Più diventa tutto inutile e più credi che sia vero, no? Le uniche persone che solitamente pare si divertano sono quelle in compagnia – per lo più ragazzi. In duo, in trio o in grande gruppo. Ma stai poi a capire se quel mostrare i denti a tutto spiano sia veramente un segno di felicità e divertimento.

Invece quel mercoledì dei primi di aprile, alle 20:30 circa, una signora che fa? Sorride. Ed è da sola; nessuno, nell’arco di un chilometro, che sembri conoscerla. Sorride. Sorride!
Continua a sorridere. Passano le stazioni, scorrono i minuti, ma lei continua imperterrita a sorridere. È una signora tra i 65 e i 70 anni di età, con i capelli ingrigiti ma raccolti in una bella coda di cavallo. Il suo viso porta come di norma i segni del tempo, ma non è invecchiata male. E intanto continua a sorridere. È dritta davanti a me, seduta su quei posti freddi e sterili, e sorride nel tempo. Non è un falso sorriso di circostanza, non è uno squallido sorriso di cortesia e non è nemmeno un sorriso di ipocrisia. È così palese che il suo sorriso – quella lieve, insignificante deformazione del viso – è sincero… tanto che rimango colpito. La mia potrà sembrare un’ingenua retorica, ma non sono abituato a vedere certe scene. Quantomeno non con queste dinamiche. Pensate che non porta apparecchi elettronici né animali di vario tipo con sé. Ha solamente se stessa. E chissà cos’altro, dietro la carne.

Ha uno sguardo disteso, ma pensieroso. Ed è proprio quel “pensieroso” che mi incuriosisce. Sono tentato di dirle qualcosa, di farle presente di come sia strano sorridere in metropolitana. Non trova anche lei che sia strano? Ma rimango muto: basta la minima variazione per distruggere in un attimo quello che è uno strano contatto umano.
Mille anni e mille metri mi distanziano da quella donna, ma sento comunque che dentro prova qualcosa. Me lo trasmette, come un bravo attore riesce a comunicare tante emozioni con una semplice espressione facciale. E quella donna ha gli occhi di chi ha vissuto, di chi ricorda con gioia e amarezza. Di chi sul suo corpo porta tante cicatrici, ferite profonde che lasciano un solco sulla pelle, ormai ricucite. Si tratta di un sorriso lieve, molto discreto, non qualcosa di ostentato o di fastidioso. Mi chiedo: le verranno in mente i ripensamenti, gli amori andati e mai conquistati, gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti, l’arsura sana degli assetati? Chissà quante storie da raccontare, chissà quanti aneddoti strani, quante battaglie perse in partenza e quante vittorie di cui vantarsi. Chissà quanta malinconia e quanta felicità per un’esistenza che con tutta probabilità è noiosa e comune. E per quanto ne so io quella donna può essere la più perfida, la più banale, la più triste del mondo. Ma non mi interessa, perché il fatto è che quella donna è lì di fronte a me e sorride. Nulla di più. E d’altra parte cos’altro si potrebbe aggiungere?

E intanto – tra mille facce scheletrite e una società frenetica che non lascia spazio al desiderio e all’immaginazione – quella donna rideva, rideva. Proprio come Il matto di Guccini ride di fronte alla guerra e alla morte, quella donna tra i 65 e i 70 anni – in un mercoledì dei primi di aprile alle 20:30 circa – era da sola, ma rideva, rideva. E chissà che ora non sia già svanita nell’eternità.

Mi dicevano il matto perché prendevo la vita
da giullare, da pazzo, con un’allegria infinita.
D’ altra parte è assai meglio, dentro questa tragedia,
ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia.

Quando mi hanno chiamato per la guerra, dicevo:
“Be’, è naja, soldato!” e ridevo, ridevo.
Mi han marchiato e tosato, mi hanno dato un fucile,
rancio immondo, ma io allegro, ridevo da morire.

Facevo scherzi, mattane, naturalmente ai fanti,
agli osti e alle puttane, ma non risparmiavo i santi.
E un giorno me l’han giocata, mi han ricambiato il favore
e dal fucile mi han tolto l’intero caricatore.

Mi son trovato il nemico di fronte e abbiamo sparato,
chiaramente io a vuoto, lui invece mi ha centrato.
Perché quegli occhi stupiti? Perché mentre cadevo
per terra, la morte addosso, io ridevo, ridevo?

Ora qui non sto male, ora qui mi consolo,
ma non mi sembra normale ridere sempre da solo,
ridere sempre da solo.

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Doppiamerda

Domanda bruta: il doppiaggio è un’arte? Risposta bruta: no.
Per come la vedo io il doppiaggio è solo una costituente tecnica al servizio dell’arte; che per certo si basa sull’arte della recitazione, ma da cui rimane slegata. È come un frullatore al servizio di un frappè alla banana: senza il frullatore il frappè non potresti farlo, ma quel che bevi è il frullato, mica il frullatore. In qualche modo il doppiaggio è un fenomeno negativo, per varie ragioni che tra poco illustrerò. Negativo, ma parzialmente necessario; per lo meno finché esisterà più di una lingua sul nostro bel pianeta. Se un giorno l’esperanto o l’interlingua dovessero diventare universali il doppiaggio sparirebbe, così come gli interpreti dell’ONU. Ma mentre aspettiamo quel giorno…

Mi piacerebbe parlare di questo argomento poco conosciuto quanto bistrattato perché è ormai qualche anno che ho iniziato a interessarmene. Curioso di sapere chi fossero le misteriose voci che si celavano dietro ai personaggi de I Simpson, ammetto che Internet è stata una preziosissima fonte d’informazione in materia, se non altro perché è pressoché l’unica. Dunque mi premeva pronunciare due parole.
Non che io ne sia un esperto – figurarsi -, ma è uno di quegli argomenti di cui le persone parlano molto sapendone praticamente zero. Due premesse:

  1. Perché esiste il doppiaggio? Ovviamente per necessità. Potremmo considerarlo l’equivalente cinematografico e televisivo delle traduzioni dei libri, ma per date ragioni viene applicato con modalità diverse. E anche con effetti diversi. Se infatti un traduttore di libri si deve preoccupare di tradurre fedelmente il testo che ha davanti, con accorgimenti vari, non incontra particolari problemi di spazio o di tempo. Con le debite eccezioni, si intende (p. e. Esercizi di stile di Queneau).
  2. Il doppiaggio ha dei lati negativi? Sì, ne ha tanti. E grazie al cazzo, aggiungerei! Per due ragioni, principalmente: una di carattere tecnico, data da fattori per lo più ineliminabili; l’altra da fattori di derivazione umana, quasi sempre eliminabili.

Non ho nulla contro il doppiaggio: penso sia, come ho detto, necessario per la comprensione di prodotti in lingue straniere. Ma è anche vero che, soprattutto in Italia, dovrebbe essere meno imperante e qualitativamente maggiore. Un po’ perché con il doppiaggio si perde sempre qualcosa, e un po’ perché influisce negativamente sull’apprendimento delle lingue straniere.

Quando si parla di doppiaggio va tenuto da conto che esiste una valida alternativa: i sottotitoli. Alternativa che presenta, a sua volta, lati positivi e negativi. Ad esempio, i sottotitoli hanno lo svantaggio di costringere lo spettatore a leggere per tutta la durata di un film. Immaginate in un cinema, in cui a volte non c’è neanche l’intervallo, dover leggere per tre ore di fila. È un dato di fatto che affatica tante persone; oltretutto un sottotitolo non permette di osservare le immagini con attenzione o di concentrarsi sulle espressioni del viso degli attori.
Detto ciò, i sottotitoli hanno l’innegabile vantaggio di un’enorme libertà espressiva e pochissimi vincoli tecnici: non devono seguire la sincronizzazione con il labiale degli attori originali e non devono convogliare tante parole in un lasso di tempo più o meno limitato. Ciò permette una fedeltà al testo originale che il doppiaggio nemmeno si sogna.

Già, perché proprio parlando di sincrono, questa è forse la più grande difficoltà incontrata dai doppiatori. Dell’adattamento da una lingua all’altra se ne occupa il dialoghista, che deve essere in grado di non tradire il copione originale. Una frase in inglese, riportata in italiano, ha bisogno di un uso di movimenti labiali assai differenti. E se si seguisse una traduzione letterale spesso si genererebbero incongruenze tra le labbra dell’attore e la voce del doppiatore: palesemente orrendo. Quindi occorre riadattare il testo originale dimodoché non avvenga quanto descritto, ma al contempo bisogna stare attenti a non modificare (nei limiti del possibile) il senso e l’atmosfera delle battute. Si può immaginare la difficoltà di ottenere un lavoro fatto bene.
Vi sono quindi dei limiti linguistici, spesso insuperabili (pensiamo ai giochi di parole). Tuttavia, gli stessi problemi a volte sono di natura umana, e non sono perdonabili. A volte derivano da errori banali, altre volte da lacune o persino malafede. Più che nei film, che solitamente ricevono un’attenzione qualitativa maggiore, sono problemi riscontrabili all’interno delle serie televisive.

Prendo, ad esempio, la nota sitcom Big Bang Theory. La serie statunitense, quando inizialmente sbarcò in Italia con la prima stagione, fu oggetto sul web di molte diatribe e proteste da parte dei fan della serie che si accorsero immediatamente del totale stravolgimento di innumerevoli battute di vari personaggi. Se infatti a volte è inevitabile mutare la struttura delle frasi, è sicuramente biasimevole tagliare o sostituire determinati e precisi riferimenti culturali o d’attualità. E proprio in Big Bang Theory questo è avvenuto frequentemente: videogiochi on-line che si trasformano magicamente in Scarabeo o qualche altra stronzata simile che nulla ha a che fare con lo spirito della serie.
Dopo i primi otto episodi hanno cambiato la direzione del doppiaggio ed è andata un po’ meglio, ma non troppo.

Ma questo è solo uno dei tantissimi casi di pessimo doppiaggio che viene effettuato in Italia, che pure a livello recitativo può contare sulla preparazione di ottimi attori. Ci troviamo di fronte alla malafede di chi traduce, per la pretesa di cambiare a proprio piacimento riferimenti e citazioni della cultura popolare.
Questi radicali cambiamenti sono dati dal pensiero che determinate allusioni alla cultura nerd in Italia non sarebbero comprese come all’estero. Ciò dimostra l’ignoranza di chi lavora in questo settore, visto che è proprio grazie al web che ormai anche la cultura (almeno quella occidentale) si è globalizzata sempre più, lasciando al passato quei netti confini territoriali a cui eravamo abituati. Ma mettiamo anche che gli adattatori abbiano ragione e che gli italiani siano così cretini: questo giustificherebbe ciò che hanno fatto? Io non credo. Per il semplice motivo che Big Bang Theory (o chi per essa) non è nostra, ma appartiene a qualche produttore americano che vuole solo che il suo show venga tradotto in italiano. Si parla di lingua, di idioma, di forma. Non di contenuto. Quindi, a discapito magari di una certa comprensibilità per il nostro pubblico, si dovrebbe lasciare il testo tradotto il più fedele possibile all’originale. E invece noi italiani, che fatichiamo ad ammetterlo ma abbiamo tanto spirito nazionalista becero, crediamo sia giusto arrogarci il diritto di modificare a nostro piacimento un prodotto che non ci appartiene.

La soluzione è molto semplice, in realtà: vuoi mettere tutti i riferimenti che vuoi? Ti crei la tua bella serie personale e non rompi i coglioni a chi cerca di fare il proprio lavoro.

Altre volte non si può parlare di malafede, ma solo di errori. Errori, comunque, triviali. In più di un’occasione me ne sono accorto, eppure non sono uno del settore. Prendo ad esempio un’altra sitcom: I Simpson. Precisamente l’episodio Springfield Files dell’ottava stagione. Nell’edizione italiana, riferendosi a un alieno, il dottor Hibbert chiede se l’essere sia a base “di carbone o di silicone“. Ma ha senso? Se avete studiato un minimo di chimica capirete la risposta. Il termine inglese silicon, utilizzato nell’originale, non significa “silicone”, bensì “silicio”, composto assai diverso; stessa cosa per carbon che diventa “carbone” in luogo di “carbonio”.
Altro esempio: spesso billion è tradotto con “bilione”, quando invece è il corrispettivo inglese di “miliardo”. Non pretendo che le persone conoscano alla perfezione l’inglese, ma chi lo utilizza sul posto di lavoro dovrebbe quantomeno prestare maggiore attenzione a quel che fa.

Ho detto che questo dell’adattamento è un problema che si presenta principalmente nelle serie televisive, ma anche nei film a volte non si scherza. Prendiamo Una notte al museo 2 – La fuga (che già di per sé è una merda): un intero dialogo tra Ben Stiller e Napoleone nell’edizione italiana è stato STRAVOLTO aggiungendoci addirittura dei riferimenti a Berlusconi, ovviamente del tutto assenti in inglese. Come se non ne avessimo già le palle piene di Berlusconi & co.

Un ultimo punto che vorrei affrontare brevemente: la recitazione.
In Italia possiamo vantare tantissimi doppiatori estremamente bravi (da Luca Ward a Dario Penne, da Massimo Corvo a Francesco Pezzulli, per non parlare dei vecchi Locchi, Rinaldi, Barbetti, ecc.). Tuttavia anche quello del doppiatore è un mestiere che richiede attenzione. Si verifica spesso un tradimento della voce dell’attore e quello del doppiatore. Non mi riferisco semplicemente a un cambiamento di timbro (che è normale), ma proprio a un modo di recitare che cambia completamente e ingiustificatamente tra attore e doppiatore.
Colpa in parte del doppiatore stesso, in parte del direttore di doppiaggio che evidentemente non dà indicazioni precise o corrette. È sicuramente un problema meno grave rispetto allo stravolgimento di un dialogo, ma è comunque una seccatura. Il primo esempio che mi viene in mente è Tonino Accolla, certamente bravo ma non esente da critiche. Doppiando Eddie Murphy, o anche Homer Simpson, si può notare come la sua recitazione a volte fosse completamente diversa da quella originale. Basta raffrontare le due versioni.
Mi si potrà dire che a volte il doppiaggio migliora l’edizione originale, e io rispondo che il compito delle società di doppiaggio è riportare in un’altra lingua un lavoro altrui, non migliorarlo né peggiorarlo. Che poi, voglio effettivamente vedere quante volte c’è stato un effettivo miglioramento col doppiaggio.

Penso d’aver delineato molto brevemente ciò che mi premeva di più. È un’estrema sintesi, perché altrimenti ci sarebbero decine d’altri esempi da portare o temi d’affrontare.

La conclusione del fatto è che il doppiaggio è qualcosa di utile e necessario ma non indispensabile. Mi piace guardare film doppiati, ma se voglio un’impressione corretta di ciò che sto vedendo devo per forza guardarlo in originale. E questo vale per tutti. Probabilmente nei cinema i sottotitoli non prenderanno mai il sopravvento, per la pigrizia (giustificata) delle persone (me compreso), ma almeno in televisione con le nuove tecnologie si può iniziare a dare la possibilità di scegliere se guardare un prodotto in italiano o in originale. Sky lo fa da dieci anni, ma purtroppo il sistema dei sottotitoli lascia molto a desiderare.

Grazie per l’attenzione.

Ultimi film dalla famigghia #7

Paris-Manhattan (2012), regia di Sophie Lellouche
Totalmente ignaro della sua esistenza, proprio oggi ho trovato per puro caso questo film su Sky. Solitamente le commedie francesi à la Giù al nord mi annoiano e mi irritano, ma questo mi ha incuriosito parecchio poiché la trama girava tutta intorno a Woody Allen. È inutile che stia a spiegare la storia – o l’avete visto e la conoscete o non l’avete visto e non state leggendo -, ma è ben visibile un’ispirazione ai tipici temi del regista newyorkese: l’amore, il tradimento, il sesso, la famiglia, la ragione e gli istinti dell’uomo. Nel complesso viene fuori una specie di piccolo calderone, colmo di tanti elementi, che può risultare ingenuo, ma dopotutto Paris-Manhattan si rivela un film molto carino e gradevole. Su IMDb ha la media del 6,2; secondo me meriterebbe anche di più, se si considera che la regista è riuscita a combinare insieme la filmografia di Allen con la tipica sceneggiatura francese. Gli attori non sono dei fenomeni e certe trovate lasciano il tempo che trovano, ma nonostante ciò lo consiglio a chiunque. Chi non apprezza Woody sicuramente apprezzerà e comprenderà meno anche questo film, ma un’occhiata è sempre auspicabile.

Il giorno della civetta (1968), regia di Damiano Damiani
Tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, è forse un antesignano dei tanti film-inchiesta che negli ultimi dieci anni ci hanno anche un po’ frantumato i coglioni (Gomorra e compagnia bella, ce l’ho con voi). Non c’è molto da dire perché per il genere che Il giorno della civetta rappresenta è molto “classico”, però si distingue in primis per la recitazione degli attori: Franco Nero in un determinatissimo capitano dei carabinieri; Claudia Cardinale nella siciliana ribelle di turno e Lee J. Cobb in un convincente quanto insensibile capomafia. In secondo luogo c’è da dire che non si fa mai prendere da facili sentimentalismi, seppur si nota qualche tendenza manichea del tipo “Stato=bene; mafia=male”. D’altronde nel ’68 doveva nascere ancora tanta di quella roba…
In definitiva un film gradevole ma niente di impressionante.

I mostri (1963), regia di Dino Risi
Seppur uscito appena cinque anni prima de Il giorno della civetta, tra i due sembrano passati decenni. I mostri è una commedia all’italiana di quelle di Dino Risi (e grazie al cazzo, direte voi), nel senso che in definitiva si riduce a quello. Tognazzi è bravo a impersonare ruoli diversi, ma è Gassman che risalta come al solito: passa dal senzatetto approfittatore al presbitero superbo e pieno di sé da maestro qual è. Il film è tutto una critica ai modi di fare corrotti e disonesti del Bel Paese, lato sicuramente ammirevole, ma c’è anche da specificare che dopo i primi due o tre episodi il meccanismo è ben chiaro e la sorpresa non si trova più. È certamente ancora attuale per i contenuti e il messaggio che vorrebbe mandare, ma è datato sotto tanti altri aspetti.

Giulietta degli spiriti (1965), regia di Federico Fellini
Poco da dire anche su Giulietta degli spiriti. Più guardo Fellini e meno mi piace. Mi dispiace criticare un vero e proprio mito del cinema italiano, ma a me proprio non dice nulla. Tutta quella oniricità la trovo pesante, noiosa e a volte persino fastidiosa. Chiaro il messaggio di critica alla società borghese, ma al di là di quello vedo poco. Comunque meglio di quella palla del Satyricon.

Fuga da Alcatraz (1979), regia di Don Siegel
Come ho già detto altrove, un film con i controcazzi. Poche battute, pochissimi dialoghi, ma tantissimi sguardi e riprese suggestive. Ma il grosso lo fa tutto Clint Eastwood, che domina lo schermo con la sua fisicità e quelle sue espressioni che non sai mai che cazzo gli passi per la testa. Probabilmente Don Siegel voleva solo girare un film su una fuga da Alcatraz: fortunatamente non ci ha messo in mezzo moralismi e accuse che ormai risultano ripetitivi e scontati. Alla faccia de Il miglio verde.

La ragazza con l’orecchino di perla (2003), regia di Peter Webber
Noioso. Noioso. Noioso. Non mi viene in mente un termine più idoneo per definire questo film. Incentrato sul rapporto tra il pittore Johannes Vermeer e la ragazza del suo dipinto Ragazza col turbante, il risultato finale è solo qualcosa di insipido e di cui non trovi il senso. Anche Scarlett Johansson e Colin Firth, bravi attori, recitano al di sotto delle loro capacità, e alla fine speri solo che il film finisca presto. Grazie al cielo dura solo 100 minuti, che son comunque troppi.

Noi siamo infinito (2012), regia di Stephen Chbosky
Premettendo che io sono letteralmente innamorato di Emma Watson, e che perciò il mio giudizio ne sarà profondamente influenzato, Noi siamo infinito è un bel film. Ci ho riflettuto un po’ dopo averlo visto, perché avevo opinioni contrastanti riguardo a tanti aspetti. Ma alla fine quegli elementi che possono sembrare un po’ banali, un po’ fanciulleschi – forse un po’ tirati a volte – non sono negativi, ma costituiscono quello che è sì un film adolescenziale, ma non ingenuo. I temi sono ovviamente quelli affrontati da tante altre opere, non solo in ambito cinematografico – la solitudine, l’amicizia, l’amore, l’istruzione, la morte, la famiglia -, ma lo fa con grande serenità e coscienza di sé (qualsiasi cosa voglia dire, in franchezza).
Unico tasto dolente: a me il protagonista proprio non piace. Mi sembra Kristen Stewart al maschile.

Processo e morte di Socrate (1939), regia di Corrado D’Errico
Veramente? Un intero film sui dialoghi platonici? E soprattutto sull’Apologia di Socrate e il Critone! Da studente di filosofia ero molto interessato a questo film che risale addirittura al ventennio. Però per riuscire nell’impresa che D’Errico di era prefissato o sei Kubrick e tagli dove devi tagliare, o sei Lynch e stravolgi completamente la parte narrativa. Bocciato perché monotono ed estremamente statico (anche nelle inquadrature: trenta minuti solo con la faccia di Socrate non si reggono). Aggiungeteci poi il fatto che è di 75 anni fa e les jeux sont faits.

Up (2009), regia di Pete Docter e Bob Peterson
Mancanza colmata di recente di uno dei film Pixar. Avevo sentito qualche critica negativa e mi aspettavo qualcosa di piuttosto scialbo, e invece sono rimasto piacevolmente sorpreso. Sono vere tante accuse che si muovono: dal romanticismo troppo estremizzato ai personaggi un po’ stereotipati. Tuttavia secondo me non va dimenticato che sempre di un film per bambini si tratta, come ogni film Disney. Sono sì amabili anche dagli adulti, ma il target prefissato è quello dei mocciosi che trascinano a forza i propri genitori al cinema. E dite quello che volete, ma a me quei cinque minuti di vita iniziali dei due amanti ha commosso. Forse era meglio ricavarci un corto piuttosto che un lungometraggio, ma ormai è fatta. Comunque a me è piaciuto. Alla faccia di quelle merde di Cars e Madagascar.

Monuments Men (2014), regia di George Clooney
Clooney è meglio se si limita a essere un attore. E ho detto tutto.

100 canzoni indelebili

Poiché sono in balia degli esami universitari, che non lasciano tempo per scrivere ma ne lasciano sicuramente per mangiarsi le unghie, pubblico oggi una semplice lista. Si sa: le liste sono comode perché intellettualmente richiedono uno sforzo veramente esiguo e sono comode e veloci anche per i lettori. D’altra parte, di solito più insulsa è una cosa e più essa è piacevole. Dunque adeguiamoci per una volta alla massa di blog, che per il 90% fa veramente cagare.

Ma che lista? Una lista di brani musicali – di qualsivoglia genere – con cui almeno una volta nella vita mi sono fissato. E con “fissato” intendo proprio quell’abitudine di ascoltare, riascoltare e ririascoltare sempiternamente una canzone per giorni o addirittura settimane. Non pretendo certo di elencarli tutti, giacché diverrebbe troppo lunga la lista e soprattutto non ricordo ogni brano.

D’altronde, chi di noi non ha mai avuto quest’esperienza mistica che – diciamocelo – rende la vita un po’ meno noiosa? Tutti riconosciamo quella musica che ormai non possiamo più sentire da quante volte è entrata nelle nostre orecchie. E se abbiamo qualche canzone in comune che ci ha stregati (indipendentemente dalla sua qualità, ben inteso), avvertitemi, così possiamo insultarci reciprocamente.
Saluti!

La lista si compone di 100 elementi e, come già detto, è incompleta e in ordine sparso. È incredibile il numero di canzoni che ho dovuto lasciare fuori. Pensavo d’avere gusti più sofisticati.

  1. Il re è nudo – Nomadi
  2. Mégu megún – Fabrizio De André
  3. 32° parallelo – Nomadi
  4. Quello che non… – Francesco Guccini
  5. Farewell – Francesco Guccini
  6. Cirano – Francesco Guccini
  7. Hotel Supramonte – Fabrizio De André
  8. Don Chisciotte – Francesco Guccini
  9. Newroz – Modena City Ramblers
  10. La legge giusta – Modena City Ramblers
  11. Pèrche – Folkabbestia
  12. 88 Lines About 44 Women – The Nails
  13. Piggies – The Beatles
  14. She’s a Rainbow – The Rolling Stones
  15. No potho reposare – Tazenda
  16. Domo mia – Tazenda
  17. Day-O (The Banana Boat Song) – Harry Belafonte
  18. Blood Red Sandman – Lordi
  19. La festa – Giorgio Gaber
  20. Incontro – Francesco Guccini
  21. Contessa – Decibel
  22. Vivo da re – Decibel
  23. A disagio – Decibel
  24. Sepolto vivo – Decibel
  25. Sei meglio te – Piotta
  26. Felici ma trimoni – Caparezza
  27. Ti sorrido mentre affogo – Caparezza
  28. Good God – Korn
  29. Are We the Waiting – Green Day
  30. Misery – Green Day
  31. Quando è moda è moda – Giorgio Gaber
  32. Io se fossi Dio – Giorgio Gaber
  33. Il Riccardo – Giorgio Gaber
  34. Tu che farai – Nomadi
  35. Un pugno di sabbia – Nomadi
  36. Cara democrazia – Ivano Fossati
  37. La canzone popolare – Ivano Fossati
  38. Mr. Tambourine Man – Bob Dylan
  39. The Times They Are a-Changin’ – Bob Dylan
  40. Glory Days – Bruce Springsteen
  41. Born in the U.S.A. – Bruce Springsteen
  42. Amico fragile – Fabrizio De André
  43. Tre parole – Valeria Rossi
  44. Viva quotidiana di uno spettro – Angelo Branduardi
  45. Il dito e la luna – Angelo Branduardi
  46. Il giocatore di biliardo – Angelo Branduardi
  47. A la foire de l’est – Angelo Branduardi
  48. Cercando l’oro – Angelo Branduardi
  49. Le don du cerf – Angelo Branduardi
  50. Il sultano di Babilonia e la prostituta – Angelo Branduardi
  51. Bodies – Drowning Pool
  52. This Is Halloween – Marilyn Manson
  53. I Kissed a Girl – Katy Perry
  54. Wavin’ Flag – K’naan
  55. The Scientist – Coldplay
  56. Dazed and Confused – Led Zeppelin
  57. Another Brick in the Wall – Pink Floyd
  58. Bohemian Rhapsody – Queen
  59. Headlong – Queen
  60. Innuendo – Queen
  61. Bicycle Race – Queen
  62. Nothing Else Matters – Metallica
  63. The Number of the Beast – Iron Maiden
  64. Aspettando Godot – Claudio Lolli
  65. Crimen Sollicitationis – Ska-P
  66. Disperato erotico stomp – Lucio Dalla
  67. L’anno che verrà – Lucio Dalla
  68. 4/3/1943 – Lucio Dalla
  69. L’avvelenata – Francesco Guccini
  70. La locomotiva – Francesco Guccini
  71. Dentro gli occhi – Roberto Vecchioni
  72. Samarcanda – Roberto Vecchioni
  73. Stranamore (pure questo è amore) – Roberto Vecchioni
  74. Vanità di vanità – Angelo Branduardi
  75. Angeli – Roberto Vecchioni
  76. Vaudeville – Roberto Vecchioni
  77. Canzone di notte n° 2 – Francesco Guccini
  78. Utopia – Nomadi
  79. Mamma mia dammi cento lire
  80. Got the Life – Korn
  81. Vent’anni – Nomadi
  82. I matti – Francesco De Gregori
  83. A Pa’ – Francesco De Gregori
  84. Un guanto – Francesco De Gregori
  85. Raggamaffa – Latte & i Suoi Derivati
  86. Insensibilidad – Ska-P
  87. Uomo morto – Radici nel Cemento
  88. Cicileu – Radici nel Cemento
  89. Sally – Fabrizio De André
  90. Parlando del naufragio della London Valour – Fabrizio De André
  91. Ripetutamente – 99 Posse
  92. Herr Manelig – Haggard
  93. Insieme a te non ci sto più – Franco Battiato
  94. Violencia machista – Ska-P
  95. Leather Rebel – Judas Priest
  96. Heartbreaker – Led Zeppelin
  97. Mutter – Rammstein
  98. Zwitter – Rammstein
  99. March the Heroes Home – Blackmore’s Night
  100. When Johnny Comes Marching Home

REC 3 – La genesi della merda

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Il cinema horror – è risaputo – negli ultimi anni sta soffrendo davvero tanto in termini di inventiva e originalità. Gli americani non sanno davvero più cosa inventarsi per trascinare gli appassionati nelle sale. Meno male che ogni anno ci pensano gli spagnoli a innalzare il livello di questo genere così particolare. Ce lo avevano già dimostrato con quel capolavoro neorealista di Paranormal Xperience 3D o con quella che è una vera e propria opera estetica: Fragile – A Ghost Story.

Oggi, ad allietare la mia giornata, ci ha pensato REC 3 – La genesi. Se avete un minimo di dimestichezza con il cinema non potrete non conoscere la saga di REC, che negli ultimi anni ha spopolato tra i gggiòvani e probabilmente per i primi due film anche giustificatamente.
Ma questo… ma questo… questo terzo capitolo equivale a una titanica strizzata di coglioni.
Jaume Balagueró (ideatore di tutto il franchise) si è tecnicamente dissociato da REC 3, e devo ancora capire se la sua è stata una mossa azzardata o una geniale botta di culo. Dato quel che è venuto fuori chi non si sarebbe dissociato, d’altronde?
Partiamo dal principio, che è la trema. Vorrei chiamarla trama, ma in effetti in questo film non c’è una vera e propria trama, per cui sarà meglio chiamarla trema.
Classica situazione. Matrimonio di giovane coppia di innamorati, con tanto di amici e parenti al seguito che sembrano usciti dalle feste popolari dei rioni del sud Italia. Tra un’ostrica e un bicchiere di champagne gli invitati si divertono da matti fino a sera. Ma cosa potrà mai accadere per rovinare quest’aria gioiosa e festiva? Facile immaginarlo: tutta colpa di uno zio stempiato che è stato morso da un cane (e ha avuto la grande idea di non restarsene a casa).

Vorrei dire che il resto si può ben immaginare, ma sarebbe vero solo in parte. Se da un lato la trema è estremamente prevedibile e fin troppo scontata, dall’altro lato certe trovate e molte scene sono inaspettate quanto imbarazzanti.
È un lavoro colmo di citazioni (spaziando da Shining a Raimi), messe tutte un po’ a casaccio. A Roma si direbbe ‘ndo cojo cojo. Ed è probabilmente quello che si è detto anche il regista Paco Plaza.
Michael Bay e le innumerevoli équipe di critici cinematografici che si porta dietro ci avevano abituato alle vergognose battute idiote piazzate in mezzo a scene drammatiche, spaventose o d’azione. Si pensa così che gli europei abbiano imparato che certe cagate si possono lasciare al di là dell’oceano, ma NO! Noi, da bravi filoamericani, vogliamo sempre prendere il meglio che ci arriva dal paese della Coca-Cola. E dunque perché non farlo anche noi? Tanto i dialoghi di REC 3 sono già inesistenti o totalmente assurdi, a questo punto roviniamo definitivamente il film con scenette semi-comiche (o presunte tali) in mezzo a orde di posseduti sanguinolenti.
Piccola parentesi: pur non essendone un amante per una semplice questione di gusto, apprezzo molto il cinema trash. Ma (MA!), caro Plaza dei miei stivali, le cose sono due: o mi fai un film trash (alla Carpenter, alla Raimi, alla Chi-Cazzo-Ti-Pare) o mi fai un film serio senza tanti fronzoli. È un semplice connettivo logico, ma a quanto pare in Spagna ‘ste cose non le insegnano a scuola.
Non è infatti accettabile un miscuglio mal riuscito di entrambi i filoni: il risultato è una serie di scene trash in un contesto assolutamente estraneo. Quindi l’effetto finale è che non diverte mai e non spaventa mai.
E ditemi se c’è qualcosa di peggio per un film horror.

Ultimi punti da citare de ‘sta minchiata sono la pessima recitazione degli attori (vi sfido a trovarmene uno bravo: ci sarà un motivo se non li conosce nessuno) e la mediocrità degli espedienti registici: anche le inquadrature che passano improvvisamente da amatoriali a terza persona lasciano il tempo che trovano.
E con questo ho concluso. Se non avete ancora visto questo film vi consiglio di guardarlo la mattina presto o la sera, quando ci si reca al cesso.
Grazie dell’attenzione.

Disperato erotico stomp

Ci sono giorni in cui è meglio non uscire di casa. La solitudine delle spesse mura ci isola dal resto del mondo e ci lascia a noi stessi.
Non so esattamente Dalla cosa volesse comunicare con Disperato erotico stomp. So solo che ci sono in fissa ormai da giorni. Probabilmente c’è meno di quel che vorrei vedere e più di quel che in genere il pubblico ci vede. Rimane, comunque, una canzone sostanzialmente triste. Poco importa che alla fine si concluda tutto con una bella sega. È quel che c’è prima a deprimere. Basta coglierla questa tristezza (magari non facendosi assalire da essa).

Ti hanno vista bere a una fontana
che non ero io.
Ti hanno vista spogliata la mattina,
birichina biricò.

Mentre con me non ti spogliavi neanche la notte,
ed eran botte, Dio, che botte.
Ti hanno visto alzare la sottana,
la sottana fino al pelo.
Che nero!

Poi mi hai detto: “Poveretto,
il tuo sesso dallo al gabinetto”,
te ne sei andata via con la tua amica,
quella alta, grande fica.

Tutte e due a far qualcosa di importante,
di unico e di grande.
Io sto sempre in casa, esco poco,
penso solo e sto in mutande.

Penso a delusioni, a grandi imprese
a una thailandese.
Ma l’impresa eccezionale,
dammi retta, è essere normale.

Quindi, normalmente,
sono uscito dopo una settimana
non era tanto freddo, e normalmente
ho incontrato una puttana.

A parte i capelli, il vestito
la pelliccia e lo stivale
aveva dei problemi anche seri,
e non ragionava male.

Non so se hai presente una puttana
ottimista e di sinistra,
non abbiamo fatto niente,
ma son rimasto solo, solo come un deficiente.

Girando ancora un poco ho incontrato
uno che si era perduto,
gli ho detto che nel centro di Bologna
non si perde neanche un bambino.
Mi guarda con la faccia un po’ stravolta
e mi dice: “Sono di Berlino”.

Berlino, ci son stato con Bonetti,
era un po’ triste e molto grande.
Però mi sono rotto, torno a casa
e mi rimetterò in mutande.

Prima di salir le scale mi son fermato
a guardare una stella,
sono molto preoccupato,
il silenzio m’ingrossava la cappella.

Ho fatto le mie scale tre alla volta,
mi son steso sul divano,
ho chiuso un poco gli occhi,
e con dolcezza
è partita la mia mano.

Good Morning, Vietnam

Goooooood morning, Sentori secondari! Ehi, qui è un’altra giornata meravigliosa nel Paese dei balocchi! Su, ragazzi: è ora di leggere! Leggete ovunque voi siate! Esatto: prendete gli occhiali! Sveglia! E ora una recensione che voglio dedicare ai buonisti de ‘sta minchia!

Si sarà capito che ho appena finito di vedere Good Morning, Vietnam? Se non si era capito prima l’avete capito adesso. Lo conoscerete tutti almeno di nome: 1987, regia di Barry Levinson (autore più importante del nostro secolo).
Iniziamo con la premessa delle premesse: è tratto da una storia vera. E già questo è invero un campanello d’allarme: quante volte certi drammoni che farebbero piangere anche il nostro cane esordiscono con l’emblematica scritta:

Tratto da un storia vera.

Ma va be’. Noi andiamo avanti, perché in fondo c’è Robin Williams e male che vada qualche risata ce la fa scappare. Come suggerisce il titolo ci troviamo nel Vietnam degli anni sessanta (che intuizione, eh?), quando divampava la guerra tra yankee e musi gialli. E per sollevare il morale di qualche soldato ancora non completamente de-umanizzato, dai piani alti chiamano un certo Adrian Cronauer, DJ radiofonico. Da qui il protagonista si conquisterà sempre più la simpatia dei commilitoni e di una classe di vietnamiti a cui vorrebbe insegnare l’inglese (ma evidentemente non ci riesce). Nello stesso tempo si attira anche qualche antipatia; e i superiori, brutti e cattivi, se la prendono con Cronauer in quanto personaggio scomodo e fanno di tutto per ostacolarlo. Morale della favola: Robin Williams torna a casa.

Il film mi è piaciuto? Sostanzialmente no. Per me si ferma a un 5,5/10, che non è comunque un voto bassissimo.
Il punto è… come dire? Avete presente quelle commediole per famiglie che proprio in questo periodo natalizio le televisioni stanno ritirando fuori? Ecco: Good Morning, Vietnam è una di quelle cose là. Una di quelle cose farcite di buoni sentimenti in cui non c’è posto per il male e dove tutto sommato si dimostra che il mondo è un bel posto in cui vivere. Di per sé non è nemmeno una nota negativa: è solo che, obiettivamente, stona in un contesto di bombe e ammazzamenti. A farci ridere con la tragedia ci riuscì Benigni con La vita è bella; ci riuscì Chaplin con Il grande dittatore; e un mucchio di altre pellicole che non ho visto. Non c’è riuscito, invece, Barry Levinson.

Il tipico tepore del buonismo americano anni ottanta e novanta è piacevole e congeniale al mitico Mamma, ho perso l’aereo, ma NON a una guerra di milioni di morti. Qui l’euforia e l’improvvisazione meravigliose di Williams provocano solo un fastidioso prurito lungo la schiena. E quando ci si gratta è troppo tardi, perché in certi punti il film raggiunge livelli troppo clamorosi di banalità mielosa. Ancora ancora ci può stare che il negro di turno (Forest Whitaker, quello de La moglie del soldato) sia una spalla ironica e tutto sommato sopportabile, ma è inaccettabile l’inconsistenza dei rapporti che Cronauer instaura con Tuan e Trinh. Gli sceneggiatori potevano sforzarsi almeno un pelino in più per non rendere così insignificanti e stupidi questi due personaggi? Non dico riuscirci, ma almeno far finta…

Poi, ragazzi, diciamocelo: dopo roba come Apocalypse Now e Full Metal Jacket c’era davvero bisogno di un altro film che ci dicesse che la guerra del Vietnam è stata brutta? Finché sei un Kubrick o chissà quale registone fai quello che ti pare, ma ci devi mettere qualcosa di speciale se non vuoi produrre la solita pappardella trita e ritrita. E qui Levinson toppa alla grande. Glielo possiamo perdonare al regista di Rain Man? Boh, decidete voi. Tanto a me non piacque nemmeno quello!

In ultimo, ho visto il film in italiano (qualcuno mi odierà per questo) ma ho rivisto alcuni pezzi con l’audio originale. Nonostante Carlo Valli sia un ottimo doppiatore, stavolta (stavolta?) il nostro doppiaggio non regge minimamente il confronto con l’istantaneità e la prorompente energia di Robin Williams. Tutto quello che in inglese è impetuoso e inarrestabile in italiano assomiglia di più al monologo dell’Amleto. Non era facile doppiarlo, ma d’altra parte non era mica obbligatorio, no?

In conclusione, del film salviamo sicuramente Robin Williams (per quanto al di sotto delle sue capacità da risultare quasi irritante) e Whitaker che se la cavicchia. Di tutto il resto si può comodamente fare a meno. Adesso ditemi se l’avete visto e cosa ne pensate voi. Se siete in disaccordo con me vi invito a evitare le critiche costruttive e a passare direttamente agli insulti.

Gggrazie della lettura.

Matafione!